Dragone

Voce libera di Dronero e della Valle Maira

Il “Discorso di Dronero”

giolitti Sono trascorsi 100 anni da quando il Sen. Giovanni Giolitti tenne, nel Teatro di Dronero, un discorso che è passato alla storia come “Il Discorso di Dronero”.


Era il 12 Ottobre 1919, la Grande Guerra era finita da poco meno di un anno e il mondo era cambiato. Giolitti, ormai settantaseienne, si presentava alle imminenti elezioni non più come dominus del suo storico collegio elettorale di Dronero e Valle Maira, ma nel collegio più ampio di Cuneo. Era cambiata la legge elettorale che ora allargava a tutti i cittadini che avevano partecipato alla guerra, il diritto di voto, in pratica un quasi suffragio universale maschile. Si affacciava così alla politica una parte consistente della popolazione italiana e di conseguenza cambiarono consolidati equilibri politici. La componente liberale, cui Giolitti storicamente apparteneva, ne uscirà sconfitta, mentre saliranno alla ribalta il movimento socialista e quello popolare, di ispirazione cattolica.

Il discorso fu molto articolato e per certi spunti molto criticato dalla stessa componente liberale, tanto che Giolitti si guadagnò l’epiteto di “bolscevico dell’Annunziata” (riferimento al Collare dell’Annunziata, massima onorificenza reale dell’epoca, ndr). La guerra era stata vinta, Giolitti però non rinunciò a ricordare, e difendere, la sua posizione critica nei confronti dell’Interventismo e di grande a favore nei confronti della trattativa “Osservavo, d’altra parte, che, atteso l’enorme interesse dell’Austria di evitare la guerra coll’Italia, e la piccola parte che rappresentavano gli Italiani irredenti in un impero di cinquantadue milioni di abitanti, si aveva le maggiori probabilità che trattative bene condotte finissero per portare all’accordo. Di più consideravo che l’Impero austro-ungarico, per le rivalità fra Austria e Ungheria, e soprattutto perché minato dalla ribellione delle nazionalità oppresse, Slavi del sud e del nord, Polacchi, Czechi, Sloveni, Rumeni, Croati, Italiani, che ne formavano la maggioranza, era fatalmente destinato a dissolversi, nel quel caso la parte italiana si sarebbe pacificamente unita all’Italia”.

Ribadì due argomenti a lui cari, l’elevatissimo costo economico della guerra che portò il debito pubblico da 13 a 94 miliardi, ed il malaffare che circondò il mondo delle commesse belliche. “Il fenomeno forse più ripugnante al quale abbiamo assistito durante la guerra fu il contrasto che presentavano, da un lato, il valore, la serenità, il nobilissimo spirito di sacrificio dei combattenti, e la mirabile resistenza del Paese a tutte le sofferenze materiali e morali; e, dall’altro, la crudele, delittuosa avidità di denaro che spinse uomini già ricchi a frodare lo Stato imponendo prezzi iniqui per ciò che era indispensabile alla difesa del paese; a ingannare sulla qualità e quantità delle forniture con danno dei combattenti; e a giunger fino all’infamia di fornire al nemico le materie che gli occorrevano per abbattere il nostro esercito”.

Mosse una critica molto decisa contro la monarchia in merito alle sue prerogative e alla cattiva gestione del patto di Londra, in cui si prevedeva la cessione di Fiume alla Croazia quando “Questa rinuncia, ingiustificabile perché fatta in un momento nel quale i futuri alleati nulla avrebbero negato all’Italia”. La rivendicazione del ruolo centrale del Parlamento è senza dubbio uno degli argomenti più innovativi del discorso, segno dei tempi che cambiano, del suffragio universale che è ormai realtà, e della necessità conseguente che il Parlamento abbia più potere.

“Mentre il potere esecutivo non può spendere una lira, non può modificare in alcun modo gli ordinamenti amministrativi, non può né creare né abolire una pretura, un impiego d’ordine, senza la preventiva approvazione del Parlamento, può invece per mezzo di trattati internazionali assumere, a nome del Paese, i più terribili impegni che portino inevitabilmente alla guerra”. Questa decisa presa di posizione a favore del ruolo del Parlamento denuncia anche i limiti della politica giolittiana nell’affrontare la crisi ormai prossima legata all’avvento del movimento fascista, ovvero la convinzione di riuscire comunque a gestire il movimento una volta entrato nel Parlamento. La storia ci racconta che non fu così.

Evidentemente come uomo dell”800 non aveva ben compreso il ‘900 delle ideologie che avanzava, anche se la sua apertura all’Internazionale del Lavoro, che tante critiche gli valsero dai suoi, rivela una genuina spinta innovativa. “Nel campo internazionale vi è pure una grande forza, sempre crescente, sul concorso della quale si può fare assegnamento per mantenere la pace, ed è l’accordo internazionale delle classi lavoratrici. A molti conservatori, di corta vista, questi accordi sembrano pericolose organizzazioni, mentre invece questi rapporti internazionali fra le classi sociali che dalla guerra risentirebbe i maggiori danni, sono anzitutto mezzo efficacissimo per neutralizzare ogni fermento di odio fra i popoli; sono forze che possono controbilanciare le tendenze imperialiste; e organizzando internazionalmente le condizioni di lavoro, tenendo a sopprimere nel campo economico molte cause di ostilità tra i popoli ”

Propositivo e concreto, da buon subalpino, Giolitti individua anche la cura per la società italiana, un deciso riequilibrio della bilancia commerciale (produrre di più, oggi si userebbe la parola crescita), ma per riuscire nello scopo secondo Giolitti assume un ruolo strategico la formazione. Formazione tecnico-scientifica, seguendo un po’ la tradizione germanica, cultura a cui Giolitti era molto vicino ”la parte principale dell’insegnamento di Stato dovrebbe, in tutti i gradi, essere l’istruzione veramente pratica, sapientemente specializzata, alla testa della quale l’alta istruzione tecnico-scientifica, industriale ed agricola, con larghi mezzi di studio e di esperimenti, diretta a scopi veramente pratici, così che vi si interessi e vi contribuisca l’alta industria, e organizzata in modo da attrarre all’insegnamento le migliori intelligenze del paese”. Interessante anche un passaggio in cui auspica che le cattedre siano a tempo “il professore che non si tiene al corrente di ogni nuovo passo della scienza diventa un ostacolo al progresso del Paese e deve essere messo a riposo. A tal fine non esiterei a stabilire che queste cattedre si rimettano ogni dieci anni a concorso”, tema ancora oggi più che mai attuale, ardita la soluzione proposta.

Questo discorso è ricordato nei libri di storia, rappresenta uno dei documenti più significativi del dibattito politico del dopoguerra italiano. Testimonia la fine dello stato liberale, nato dal Risorgimento, nei confronti del nuovo che avanza, verso cui Giolitti fa importanti aperture, ma rispetto al quale si troverà nell’impossibilità di dare un seguito di attuazione pratica alle sue innovative intenzioni.

Il Centro Giolitti, nel cui archivio vi è una delle copie, originali, che vennero stampate del Discorso, ne sta programmando la ristampa da presentare in apposito evento dedicato al centenario di questa importante ricorrenza.

MM

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