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Lettera del Mese

Lettera del Mese Il dolore ai tempi del Covid19

Maggio 2020

“BATTUALIA” BIANCA

Ripasso col pensiero e rientro là dove avevo piacere di stare: accanto a mio papà. Sono Monica Bono, fu Giuseppe. Fu: voce del verbo essere, modo indicativo, tempo passato remoto. Egli fu: 3ª persona singolare.

Come può gioire un cuore che parla al passato remoto! È inevitabilmente un pianto sciacquoso non cela il dolore. Quel dolore che separa definitivamente il ‘mai più’ dal ‘io sono qui’. Quel rammarico di aver trascorso 26 giorni distaccati, lontani, nella propria sola solitudine nel momento in cui, a egual della nascita, l’uomo cerca la presenza dei familiari. Perché è un passaggio importante, perché si è deboli, perché le braccia della madre prima, quelle dei figli poi, fungono da amorevole, contenitiva cassa di risonanza.

In questi ultimi mesi ha funzionato così per tanti; è stato così per me. Il decreto legge n.6 del 23/02/2020 e successivi sono stati un’arma imposta contro il Covid-19; sono stati un’arma straziante contro i cuori.

19/03/2020 San Giuseppe e festa del papà. L’ultima volta che mi sono seduta sul letto d’ospedale accanto a mio papà: sorridente; col desiderio di ritornare al “San Camillo” dove lo aspettavano a braccia aperte; con la voglia di vivere dentro ad un corpo fisico che ormai era agli estremi.

22/03/2020 una domenica primaverile che sapeva di inverno. L’ultimo saluto; a 70 m. di distanza. Io sotto la pioggia dietro ad un maestoso, lavorato cancello di ferro a sbracciarmi per farmi notare. Lui semi-seduto sulla barella che risponde alzando il suo artritico braccio destro. Un gesto elegante il suo, un movimento scoordinato il mio. Un istante volato ma inciso.

23/04/2020 San Giorgio. Sala mortuaria n. 6 dell’ospedale Carle di Confreria: riesco a riconoscere la sagoma del corpo di mio papà dentro ad un anonimo sacco bianco. 5 forse 7 minuti per piangere accanto e per il mio caro papà. 5 forse 7 minuti per dirgli “Scüsa papà se te sun nen staita dausin, ma ai propi nen pudü, m’an nen lassà … te veuj ben papà … grazie del bene ricevuto … pace e bene papà!”. Poi la cassa zincata ha rinchiuso per sempre il suo corpo, l’ha separato dal mondo terreno. La sua forza, la sua sapienza, la sua dignità, il suo coraggio, il suo sorriso, la sua gentilezza, la sua umiltà per sempre chiusi. La nave è salpata da questo porto per raggiungerne un altro. Io però sono rimasta a riva di questo porto.

Quando il 19 marzo mi sono vista ermeticamente chiuse le porte dell’ospedale, ho iniziato a pensare e poco dopo son partita con richieste d’ascolto: ho iniziato a bussare. Una serie di lettere tutte recanti lo stesso titolo “GENTILMENTE. IN SILENZIO. CON GLI OCCHI LUCIDI. SI PORGE RICHIESTA.” hanno raggiunto le caselle di posta elettronica di chi sta in alto, di chi ha potere decisionale. Sempre con garbo, con gentilezza, proprio come mi ha insegnato papà.

Stralcio della lettera del 6/04/2020 indirizzata alla direzione dell’Azienda Ospedaliera Santa Croce e Carle di Confreria e alla direzione ASLCN1 di Cuneo:

“Con la presente la sottoscritta cittadina, Monica Bono, chiede umilmente di dedicarle un paio di minuti del Vostro tempo prezioso.

Immaginate solo per un attimo di essere un uomo di 82 anni e mezzo, di essere nato in una qualunque povera famiglia contadina di Castelletto di Busca, di aver visto fascisti, partigiani e nazisti (tanto da portarsi dietro il ricordo di crude parole tedesche pronunciate nel 1943) entrare in casa e seminare terrore; di aver svolto il “collegio vaccherile” a partire dall’età di 8 anni dove l’imparare dai libri era sostituito dall’apprendere facendo duri lavori di campagna, lontano da casa; di aver perso il padre presto ed essere passato capofamiglia senza proprietà alcuna e di dover assicurare cibo ai restanti 4 membri della famiglia; di aver patito la fame, di aver “visto le masche”, senza mai abbattersi neanche davanti ad un mese di coma per aver contratto il tetano.

“Vivere uguale Lottare. Lottare nel nome e per la voglia di vivere”.

Poi il matrimonio. Poi il lavoro in fabbrica a cottimo, svolto per più di 20 anni in forni dalla costante temperatura di 50° per forgiare un pezzo di ferro. E in mezzo due  figlie, l’impegno in parrocchia, il quotidiano aiuto ai familiari nell’attività contadina; l’orto, il frutteto, i polli. Ma anche le balere, le merende-sinoire, le partite di bocce e a carte con gli amici. E pure cadute, fratture, ricoveri più o meno gravi. Lutti. Cambiamenti di stile di vita quando la mamma a 66 anni viene colpita da trombosi cerebrale e trascorre i suoi ultimi 26 anni paralitica in casa. Ma la vita procede ancora, con sopportazione e alto livello di tolleranza perché le strade del Signore sono infinite, perché la preghiera aiuta, perché credere è vita, perché fare è vita, perché stare in mezzo alla natura, rispettandola e curandola per ricavarne frutti, dona salute fisica e spirituale e giova. Finalmente arriva la pensione da metalmeccanico con un fisico già logoro ma fermarsi vuol dire morire così si parte con la coltivazione dell’actinidia, una pianta asiatica dalla quale si raccoglie il kiwi, un frutto che matura senza troppe attenzioni. Piccola distesa di coltivazione dove i 3 nipotini possono correre, aleggiare perché fa bene stare in mezzo alla natura, è rigenerante vedere i nonni che trasmettono amore incondizionato. Ma il numero 66 ritorna come un boomerang e fa male: un aneurisma cerebrale si porta via la moglie di soli 66 anni. E la solitudine la fa da padrona tanto nella propria casa, costruita con sacrificio, quanto fuori, in campagna, dove 4 braccia sono meglio di 2. È un evento devastante per un corpo consumato dal lavoro e il vigore mentale non supporta appieno. Si susseguono cadute, visite specialistiche, ricoveri fino alla decisione di stare in Casa Protetta. La forza di volontà ci differenzia sempre, lo spirito di accettazione la si contraddistingue e il sorriso, l’umorismo ne determinano una marcia in più. Poi il 26 febbraio arriva un dolore al petto insopportabile e l’ambulanza corre in ospedale. Un grave problema cardio-respiratorio blocca il cammino vitale. Una piccola ripresa poi l’esito del test al nuovo coronavirus: positivo. Non rimane che obbligatoriamente l’isolamento.

Ora immaginate una figlia, la primogenita. Una mamma attempata, una figlia addolorata. Suo padre di 82 anni e mezzo è solo in una stanza d’ospedale in gravissime condizioni. Lei conosce la storia quell’essere umano immobilizzato a letto, conosce le sue mani possenti perché l’hanno stretta quando era 3,4 kg, l’hanno messa nel mondo, l’hanno guidata verso il futuro. Di loro ha sentito a volte il peso a volte la leggerezza, tipico di un’educazione anni ’70 impartita in un contesto contadino. Lo ama perché lui ama lei incondizionatamente; lo rispetta perché lui ha dimostrato costantemente rispetto verso l’altro e verso Madre Terra. Ed ora, nel momento del trapasso, il momento doloroso del distacco dal mondo terreno non può stargli accanto e accompagnarlo verso la calda luce serale. Lo dicono i decreti-legge che dal 23 febbraio 2020 si sono susseguiti. Lei ubbidisce: bisogna rispettare le regole impartite da chi sta al vertice dello Stato.

Manca un tassello in questa storia: l’umanità …”.

Il divieto imposto ha generato in me un fiume di parole che ho riordinato in lettere, tutte personalizzate, indirizzate a chi occupa cariche istituzionali italiane: Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio, Presidente della regione Piemonte, Ministero della Sanità, On. Emma Bonino, on. Sgarbi, Sua Santità Papa Francesco, toccando ancora ControTV e la sen. Liliana Segre. Adesso la resa pubblica sul Dragone dei miei patiti pensieri.

Ho ricevuto telefonate da segretari, lettera protocollata dal Ministero della Salute (senza firma): frasi forbite per dirmi che si constatava e si capiva il mio dolore, il mio amore, ma nulla era possibile fare in alternativa; il lockdown è un sacrificio per il bene di tutti, per il mio bene.

No. Non hanno capito. Noi abbiamo lasciato mancare ai nostri genitori, nonni, zii l’affetto ultimo. Loro che hanno rimesso in piedi l’Italia, dopo i macabri eventi delle 2 guerre mondiali; Loro che hanno lottato per vivere. Abbiamo mancato Loro di rispetto lasciandoli morire in solitudine e di solitudine …. il cri-cri notturno e armonicamente cadenzato della cicala mi ricorda che sono stata fortunata: il personale tutto del reparto di pneumologia dell’ospedale Carle di Confreria è stato disponibile, attento mettendo in atto professionalità ed umanità non facendomi mai mancare quotidianamente videochiamate (l’azienda ospedaliera aveva fornito il reparto di tablet), messaggi vocali e video ma anche recapito di lettere, di lavoretti fatti dai nipotini. Ma, ma niente potrà mai sostituire l’intesa di sguardo che c’è nell’incrocio tra gli occhi del padre e quelli della propria figlia. Occhi castani che ammirano occhi verdi. Occhi verdi che contemplano occhi castani.

Perché non è possibile che non ci siano soluzioni. I bambini ce lo insegnano: loro nei giochi, nel gestire la loro ‘tabula rasa esperienziale’ applicano il problem solving con estrema facilità ed immediatezza. Basta volerle le soluzioni per poterle applicare. Basta esserci nelle situazioni per capirle. Basta vivere in pienezza e aver voglia di fare, aver la possibilità di mettersi in gioco.

Stralcio della lettera del 29/04/2020 indirizzata alla senatrice Segre Liliana:

“omissis ….. Perché sa, io mi chiamo solo Monica Bono e sono una semplice, umile cittadina italiana che occupa uno spazio e un tempo qualunque, senza importanza. La mia voce non ha peso alcuno. La sua invece è saggia, delicata ma forte, sicura; una voce che ha visto atrocità, che ha toccato tristezza, che ha udito malvagità e riconosciuto inumanità. La sua è una voce che unisce i cuori e arriva lontano, nei luoghi dove c’è chi è disposto ad ascoltarla, ad ascoltare una tenace paladina del “non dimenticare”, del “coltivare la memoria”. Per favore, non si deve permettere che nell’anno 2020, dopo più di 200.000 anni di vita dell’Homo Sapiens, si facciano dei miserabili passi indietro …. Omissis….. I nostri avi hanno lottano per ciò che siamo oggi, diamo loro diritto di continuità, siamo loro grati. Per loro, per noi, per le generazioni future.”

Non so come e quando, ma arriverò là dove la porta si aprirà e ci sarà luce.

Monica Bono, fu Giuseppe

Da cuore a cuore un doveroso, caldo, meritato RINGRAZIAMENTO a tutti coloro che ruotano attorno all’Ospedale Civile San Camillo de Lellis di Dronero. Dai responsabili, agli operatori tutti, ai familiari e volontari che donano il loro tempo a chi il tempo sembra averlo perso nella non realtà. Le loro attenzioni in quel di Dronero, la loro incoraggiante vicinanza virtuale durante l’ospedalizzazione hanno imbarazzato mio papà che sorridendo rifletteva “mi sai nen co fün, ma me velü tutti ben. Me lu merite nen”. Di riflesso hanno colmato di gioia anche me.

Grazie ancora ai parenti stretti e meno stretti che mi hanno accompagnata in quei tristi ma pieni giorni; alla dottoressa Ferro Paola che da anni dimostra professionalità e umanità nei confronti della nostra famiglia; a tutti coloro che ci sono stati vicini nel manifestare le condoglianze; a chi ha portato un proprio vocale contributo per la celebrazione in cimitero ristretta ai soli parenti stretti (“cantare è pregare 2 volte” Sant’Agostino); a don Renzo che nella preghiera ha offerto l’unione, il ritorno alla nuova vita di papà e all’Onoranze Funebri Viano che ha accolto e accoglie le nostre richieste per rendere il momento più dignitoso. Con riconoscenza, la famiglia di Bono Giuseppe, Beppe Bun.

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