150 anni sull’orlo della bancarotta

ponza_san_martino Dicembre 1862-Dicembre 2012 – Con I festeggiamenti appena conclusi per i cento cinquant’anni dell’Unità d’Italia si è ampiamente discusso del Risorgimento, di quei valori e di quegli ideali che avrebbero portato all’autodeterminazione ed il senso di appartenenza di un popolo ad una unica Nazione.

Nell’analisi storica del periodo si è però tralasciato (credo) di menzionare l’aspetto finanziario (quanto mai d’attualità !) che il Risorgimento ha comportato per le casse del Regno di Sardegna e di conseguenza dello Stato Italiano.
Nel 1861 la situazione economica si poteva definire disperata, l’Italia appena costituita era sull’orlo della bancarotta; basti ricordare che il Regno di Sardegna dopo il fallimento della prima guerra di indipendenza (1848-1849) aveva dovuto risarcire l’Austria con ingenti somme di denaro lasciando le finanze del Regno allo stremo, così che un giornale di Torino poteva commentare ironicamente “Com’è larga la nostra ospitalità! Abbiamo offerto agli austriaci un ottimo alloggio gratuito ad Alessandria e qualche milione per le spese di trasloco”.
Successivamente con i trattati di Plombiers (20 luglio 1858) Vittorio Emanuele II, alfine di promuovere l’alleanza con la Francia e garantire il suo appoggio militare per iniziare la II guerra d’indipendenza si era impegnato con Napoleone III alla cessione di parte delle Contee di Nizza e della Savoia ed a sostenere economicamente tutti i costi della guerra (naturalmente anche a favore della Francia).
Infine il Regno di Sardegna nei dieci anni appena trascorsi aveva provveduto al riarmo dell’esercito con notevoli investimenti in campo militare.
Non per ultimo occorre ricordare i costi della Corte Sabauda (feste, festini e privilegi ad oggi paragonabili ai costi della politica) che incidevano pesantemente sulle finanze del Regno.
Dopo la morte di Cavour il 6 giugno 1861 il parlamento non riusciva più a trovare la sua centralità e stabilità, con una continua alternanza di governo. Nel mese di dicembre del 1862 il Governo Rattazzi nell’esporre in parlamento la grave situazione economica annunciava ulteriori spese ed un forte disavanzo pubblico con il consuntivo del 1862 e la previsione di bilancio per l’anno 1863 e fu costretto a dimettersi.
Vittorio Emanuele II per la formazione del nuovo Governo pensò di conferire l’incarico di Primo Ministro al Conte Ponza di San Martino, persona stimata e di fiducia (già Luogotenente del Re a Napoli nel 1861) e con ampia esperienza parlamentare (Ministro degli Interni nel Governo Cavour nel periodo 1852-1854).
Gustavo Ponza di San Martino nell’accettare l’incarico pose due condizioni al Re: risanamento immediato delle finanze delle Stato Italiano e forte riduzione delle spese di Corte. Per Vittorio Emanuele II ciò avrebbe comportato più niente guerre, privilegi e amori; si indigno dell’affronto in quanto un Ministro non poteva dettare simili condizioni ad un Re e lo destituì immediatamente.
L’incarico fu quindi affidato in data 8 dicembre 1862 ad altra persona più mite e compiacente, Luigi Carlo Farini che dopo poche settimane dalla nomina rivelò i sintomi di una grave malattia mentale che, tuttavia, venne celata per non allarmare un gruppo finanziario con cui il governo aveva avviato importanti trattative per un ingente prestito, dando così inizio al nostro debito pubblico.
Luigi Carlo Farini morirà in manicomio.
L’amara considerazione finale è che dopo cento cinquant’anni la situazione economica nazionale è pressoché invariata con il debito pubblico in costante crescita, ma ad oggi più nessun Dronerese, al pari di Gustavo Ponza di San Martino, può ambire ad alte cariche politiche e di Governo e porre simili condizioni ad un Re e/o Capo di Stato.
L.B.

Città e contado, un patto da riscrivere

citta_contado Due immagini si sovrappongono sovente nella mia mente, quella del mio paese alpino ora abbandonato e quella sempre uguale delle periferie di una qualsiasi grande città occidentale in cui il lavoro mi ha portato.

Sono la sintesi di un percorso dal medioevo al post moderno da cui prendo lo spunto per riflettere sul rapporto tra città e contado, di cui il Monte è parte
Le città, così come le viviamo ora, sono una evoluzione recente di un modello organizzativo vecchio di millenni, innescata nel XIIX secolo dalla prima industrializzazione.
Da allora l’inurbamento si è fatto imponente ed ha alimentato i consumi, la produzione di massa e la “società del benessere”, che per la Pianura Padana ha voluto dire la desertificazione delle Alte Terre che la circondano.
A livello globale tutte le aree urbane negli ultimi decenni sono cresciute in modo esponenziale ed è del tutto evidente che in un futuro prossimo tutto questo comporterà rischi significativi per gli abitanti, per l’ambiente e per la biodiversità, per il Nord Italia la situazione non è sicuramente diversa.
Non è un caso che si parli di “inurbamento” partendo dal lemma latino “urbs”, inteso come insieme di edifici e infrastrutture e non da “civitas”, che ha significato politico, organizzativo e geografico e riconduce al concetto di cittadinanza, una differenza che è sostanziale e caratterizza una deriva storicamente recente e legata all’affermarsi dei valori della civiltà occidentale.
Tutto questo non è connotato però da una solidità che possa far sperare in un avvenire sereno, l’occidente si caratterizza per una fragilità di cui ci siamo improvvisamente accorti l’11 settembre 2001, fragilità sempre più evidente con la crisi attuale, che non è congiunturale, questa è la prima crisi strutturale della modernità.
Nel secolo scorso c’è stata una rapida espansione urbana con enormi periferie degradate per le classi popolari, ora nelle città si è innescato un processo diverso, quello di una nuova stratificazione sociale che vede le classi medio-alte ristrutturare e occupare quartieri centrali, mentre le classi medio – basse si spostano in città satellite o più oltre.
La povertà, che negli anni ’50 era sui monti, ora è scesa a valle spostandosi in questi luoghi, ma è una povertà diversa, perché è senza quelle prospettive e speranze che accompagnavano l’esodo da quassù, ora non ci sono vie di fuga, le masse povere sono in un “cul de sac”.
La modernità aveva promesso il “benessere”, che però non ha coinciso con il raggiungimento della felicità personale, una questione molto più complicata e per un cittadino la tranquillità, l’aria pulita, una passeggiata nei boschi o un bagno al mare per staccare da ritmi e luoghi frenetici e stressanti, sono diventati una necessità e si è disposti a spendere quanto basta per una evasione settimanale da ambienti sempre più invivibili.
Ma veniamo a situazioni a noi prossime, torniamo in Piemonte con le sue pianure, colline e montagne.
Se in altri contesti geografici la metropoli mettono a disposizione verde pubblico, parchi e spazi aperti nel contesto urbano, in Piemonte questa necessità è meno sentita perché il verde, la pace e l’ambiente incontaminato è fruibile a pochi chilometri da casa, nelle Alte Terre che circondano una pianura completamente antropizzata e contaminata.
Questo porta il “Piè” a guardare al “Monte” come a un luogo di sfogo, come a una pertinenza che a tutti i costi si deve cercare di mantenere incontaminata ( almeno quella !!!), ovvio perciò che l’attenzione sia posta sull’ambiente e non sull’uomo che lo vive.
L’ambiente in pianura è ormai irrimediabilmente perduto, perciò preservare i monti è il modo per lavare la cattiva coscienza collettiva, perché allora non farne un unico grande parco naturale?
Due metri e due misure sono allora utilizzati dalla politica di gestione del territorio, uno per la pianura, dove è stato possibile disporre dell’ambiente senza alcuna limitazione, un’altro per il monte, dove l’attività umana è tollerata quasi come una presenza inopportuna.
Se a questo si aggiunge che le popolazioni alpine non sono assolutamente rappresentate nelle istituzioni a tutti i livelli, perché, con le regole attuali, sono le città a eleggere la quasi totalità dei rappresentanti, va da se che nella catena di comando questa impostazione “ambiente – centrica” prevale e gli interessi delle popolazioni alpine sono completamente esclusi.
Guardate che qui sta l’inghippo che va risolto.
Non ci troviamo di fronte a un confronto tra pari, ora sta tornando in modo evidente un confronto tra città e contado dai connotati medioevali e per un montanaro definirsi cittadino sta diventando un ossimoro.
Riflettendo dal Monte su quanto sta succedendo, mi pare però evidente che in questo momento storico paradossalmente chi rischia di più è la città ed è urgente porre le basi per un nuovo patto per recuperare assieme quella dimensione di “civitas” che una modernità effimera ha negato al monte e cancellato dalle città.
E’ solo unendo le forze tra due realtà che sono andate allontanandosi negli ultimi decenni che possiamo pensare a un avvenire possibile.
L’interesse è reciproco, non sarà facile, ma non vedo altre strade.

Mariano Allocco

Il canto smarrito della terra

frutteto Popoli senza tempo per viaggiatori… e turisti (in)consapevoli

Il tempo si è fermato in Africa, forse non è mai partito. Mentre noi dibattiamo questioni di lana caprina abitando una beata bolla di ignoranza, menefreghismo, tecnologia – e solitudine – loro sono sempre lì: se vanno avanti non si vede, svelati da un sole implacabile anche d’inverno. Un popolo, o meglio un insieme di popoli tanto diversi e tanto apparentemente uguali, come noi appaiamo a loro del resto. Con una cosa in comune, sempre quella da secoli: l’essere poveri, vittime di sfruttamento, corruzione, stranieri che rubano il territorio, le risorse, la dignità: fomentando guerre fratricide per interesse, o insinuandosi nei gangli vitali di un’economia sempre sul punto di partire, sempre una promessa. Prima i bianchi, ora i cinesi trovano in Africa pozzi per la loro sempre più avida sete. E agli africani le briciole della loro terra, nella loro terra. E poi vengono su da noi a “rompere le scatole”, sì, ne abbiamo bisogno ma insomma se solo potessero stare là, più contenti tutti: loro di certo, noi non so.
E poi i viaggiatori. Chi va in Africa per piacere – ma non solo – deve sapere cosa andrà a vedere. Sono grandi, grandiosi gli elefanti che sventolano le orecchione, e quei buffi ippopotami che fanno appena capolino, quasi si vergognassero di farsi vedere (buffi? Sono tra gli animali più pericolosi della savana). Gli uccelli, bellissimi, sfoderano un’ugola da far invidia alla Callas, roba che neanche i nostri usignoli. Gran classico i leoni, appollaiati per la consueta foto di rito, annoiati dalla nostra curiosità: “Dài, ragazzi, ancora una poi schiodano anche questi”. Animali che vediamo tutti i giorni nei documentari, perché solo in Africa si riesce a riprenderli facilmente, altrove nel mondo sono estremamente elusivi. Il sole al tramonto è così grande, fucsia, il cielo è viola. Di notte il firmamento è un tappeto di stelle (specie nell’emisfero australe). Perché non alzare gli occhi, a guardarlo a lungo in silenzio, anziché concentrarsi su se stessi, sulle proprie chiacchiere da bar, ed erudite dissertazioni sulla prossima cena?
Appunto, il cibo: cosa c’è di etico nell’essere in mezzo a gente povera, ma povera sul serio, miserabile e pensare solo al proprio – abbondante, superfluo – sostentamento? Non il viaggiatore, ma il turista (in)consapevole non vede l’ora di tuffarsi nella modernità, in qualcosa che gli ricordi la casa. Nelle città ci sono i supermercati: ma quanti possono rifornirsene? Ci sono più commessi che clienti. “Finalmente un centro commerciale”! Anche se a casa ci si sta tutto l’anno, e qui non si dovrebbe portarsela dietro. Spendere meno per i propri vizi di occidentale, e dare il di più a chi è lì a chiederti una penna, un quaderno, a venderti due banane per non sentirsi un mendicante. Appena fuori città, dieci minuti e sei catapultato in un mondo di capanne di terra e paglia, donne colorate col secchio sulla testa, due capre, quattro galline che razzolano in comunione con tutti, nugoli di bambini polverosi che fanno ciao ciao. Non c’è uno steccato, non c’è proprietà privata su animali, cose e persone. Sembrano due mondi diversi, opposti e ti chiedi perché? Il mondo senza tempo e quello – un pochino, solo un pochino – più…”civilizzato”. Perché gli altri sono… incivili. “A cosa pensano quei bambini che vedono arrivare una carovana di stranieri che fa cose strane (per loro) e tira fuori un sacco di cose inutili (per loro) e che magari stenta a sorridere?” si chiede l’amica Barbara. “Cosa vorrebbero dirci? Forse ci insegnerebbero a essere più sereni”. Forse, se non fossero malati e affamati. Gli ignoranti, i decadenti siamo noi, vecchi bianchi. Se loro ci appaiono figli prodighi incapaci di far fruttare i talenti, noi siamo i ricchi Epuloni che ci laviamo la coscienza con un po’ di carità pelosa.
Senza esagerare coi pistolotti – giusto restando in tema evangelico, tutti abbiamo una trave nell’occhio – il senso dell’Africa è nella semplicità, non quella di chi è sempliciotto, ma nell’essenzialità delle cose, della vita, dell’oggi: anche perché lì il domani… C’è un sentore di libertà mentale pari a quello dei leoni liberi dalle gabbie, ciascuno nel proprio mondo. C’è una memoria ancestrale a cui apparteniamo tutti (che ci piaccia o meno i nostri antenati venivano da lì), una dignità che si riflette negli occhi liquidi di una piccina venditrice di carbone triste come lei, o nello sguardo fiero e gentile, nel portamento nobile e paziente della brava guida, vera essenza dell’Africa. Un inno alla terra dalla quale siamo venuti e alla quale torneremo.

M. Teresa Emina

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e-mail: twanaadventure@gmail.com

Capelli belli, venite parone

Provenzale Da Elva al Friuli sulle orme di «pelassìers» e «cjavelârs»

La storia famosa dei raccoglitori e venditori di capelli di Elva mancava ancora di un tassello, le testimonianze di chi li “produceva”: e per conoscere questo aspetto poco noto il regista Fredo Valla si è recato insieme al collega triestino Nereo Zepier nei paesi d’origine dei capelli bellissimi che ornavano le nobili teste – pelate e non – dei ricchi di mezzo mondo. Lì ha raccolto in un documentario «Cjavelârs e_Pelassìers» le storie di quei tempi grami in cui la miseria costringeva i montanari di tutto l’arco alpino ad arrangiarsi e le donne, come spesso succede, davano una… mano non indifferente.

“Il racconto è condotto su due registri, prima quello dei raccoglitori poi quello dei venditori, o meglio le venditrici” dice Valla, premettendo che quando si parla di «cavié» si intende un termine non corretto in quanto piemontese, il «cavej»; in occitano il totalmente diverso «lou pel», in friulano il più simile «cjavel». In auge fino agli anni ’50, il «capellaio» partiva da Elva a Codròipo (Udine), paese un po’ più grande di Dronero, percorrendo quella che si può definire la via della seta umana, mesi di viaggio, qualche lettera a casa. Quasi tutti gli elvesi lavoravano il prezioso elemento esportandolo in tutto il mondo. “In Inghilterra i lord volevano i capelli bianchi. Il mercato era più facile in America, meno pretese, gli Americani sono fatti… con la piòt!” commenta un anziano pelassìer. I capelli umani, che non marciscono, venivano usati anche per le gomene delle navi, integrandoli con la canapa.
Quando arrivavano i piemontesi, per le vie di Codròipo era tutto un raccomandare alle ragazze di non mostrare i capelli. “In paese chiamavano le donne per la vendita: parone! Parone! Ma noi non capivamo il loro dialetto, e nemmeno si usa da noi chiamarci così, forse volevano farsi sentire meno estranei, poi però fra loro parlavano alla vostra maniera” dice una testimone ex venditrice. Vendevano i capelli per un pezzo di tela, di stoffe per vestiti in quella Carnia arida e povera. Con un chilo (ma quante teste per un chilo?) una famiglia stava benino per un po’. Tante piccole storie di chi vendeva, le ragazzine piangenti, la vergogna di mostrarsi col fazzoletto in testa. “Una donna veniva picchiata dal marito quando lui dubitava che avesse speso i suoi soldi, si è fatta rapare e poi gli ha detto, allora di chi sono questi soldi adesso?” E i soliti pettegolezzi. “Quando un bambino nasceva senza padre, si diceva fosse figlio del cjavelar…”
I quali poi, dopo i misfatti (anche quelli, forse) tornavano a Elva per la festa di s. Pancrazio col meraviglioso carico per la lavorazione. I capelli del nord – in particolare friulani ma anche val d’Aosta, appennino parmense – erano famosi per la loro bellezza, il colore chiaro, la finezza: molto più pregiati di quelli meridionali, più spessi e scuri; guardare certe foto d’epoca di fanciulle con chiome ondulate lunghe fino alle ginocchia, anni e anni di cura e crescita, poi sacrificate all’altare della vanità dei ricchi, stringe il cuore.
“Il film”, conclude Valla “è stato anche un esperimento perché è il primo film in lingua occitana e friulana, con sottotitoli in italiano. Siamo convinti di avere fatto un lavoro utile per la salvaguardia di lingue e tradizioni locali, ma anche per permettere alla gente di esprimersi non solo coi linguaggi del passato, ma anche usare i nuovi mezzi in modo fruibile”.

M. Teresa Emina F. Valla e N. Zepier
«Cjavelârs e_Pelassìers»
Ed. Chambra d’Oc, 2012

http://www.chambradoc.it
http://www.fredovalla.it

Le parole e i fatti

Provenzale UN RICORDO DI PIETRO PONZO

Sabato 11 agosto,la frazione Preit, nell’ambito dei festeggiamenti per S.Lorenzo, ha ricordato, nel ventennale della morte,Pietro Ponzo, autore dei volumi”Val Mairo la nosto” e “Val Mairo, viejo suhour”e collaboratore assiduo per circa vent’anni del periodico “Il Drago”.

L’Amministrazione Comunale di Canosio, in collaborazione con Coumboscuro Centre Prouvençal, con la sua famiglia e con il contributo della Fondazione CRT ha voluto che la memoria di Ponzo venisse conservata con la ristampa delle sue due opere principali, con l’intitolazione di una piazzetta nel centro della borgata e con una cerimonia in chiesa. Qui sono state proiettate in video testimonianze sulla sua vita e sono state presentate riflessioni sul significato e sul valore dei suoi scritti dal sindaco Roberto Colombero, da Sergio Arneodo e dalla sottoscritta.
Penso doveroso lasciare anche attraverso le pagine del “Dragone” (allora Il Drago) a cui lui era affezionato ed assiduo collaboratore,un suo ricordo.
Ebbi la fortuna di incontrare e di conoscere Pietro Ponzo nei primi anni 70.
Ero allora all’osteria Oriente, sede del Drago e ricordo che era venuto per consegnare un suo articolo, il primo di una lunga serie, intitolato “Le parole e i fatti”, pubblicato sul numero 11 del 1972.
Da allora, ogni volta che aveva uno scritto, lo vedevo arrivare, generalmente di lunedì, mentre andava al mercato , con la borsa da cui traeva dei fogli protocollo scritti con una grafia ordinata e precisa. Non solo li consegnava, ma amava commentarli, discutendo su qualche episodio o qualche notizia che gli aveva offerto lo spunto e la motivazione per scrivere.
Capii ben presto che il titolo del suo primo articolo era il filo che legava tutti i suoi racconti, le sue riflessioni, lo stesso suo stile di scrittore. Non usava mai parole vane, ma sempre le sue frasi riportavano concetti, fatti reali che esternava in un lungo e , a volte complesso, periodare.
Poco alla volta, da riservato, un po’ chiuso, timido forse, cominciò ad aprirsi, a raccontare ed era per me un piacere ascoltarlo. Era una miniera inesauribile di conoscenze.
Da lui ho imparato tanto sulla vita, le usanze,i personaggi, le fatiche degli abitanti della valle; ho potuto riflettere sul fenomeno imponente dell’emigrazione, prima stagionale e poi stanziale, soprattutto in Francia.
In ogni circostanza però, in ogni personaggio, Ponzo faceva emergere sì le difficoltà del vivere ma evidenziava anche la dignità, la serietà, l’onestà, lo spirito di collaborazione della nostra gente.
Amava sottolineare sempre l’importanza dell’istruzione, della scuola, della cultura, lui che, quasi autodidatta, aveva imparato ad apprezzare i libri dalle lezioni che la vita gli aveva impartito sia in Francia, sia a Preit, sia durante una lunga malattia, sia con le difficoltà pratiche del vivere quotidiano in montagna negli anni duri della guerra e del dopoguerra.
Non era però soltanto un rievocatore o un esaltatore dei valori del passato, ma era anche un attento ed acuto conoscitore dell’attualità ed aveva la grande dote di “indignarsi” di fronte a quelle che riteneva ingiustizie perpetrate soprattutto ai danni della gente di montagna. Si arrabbiava con i politici che non avevano fatto nulla per frenare lo spopolamento della montagna che, anzi, avevano favorito a vantaggio dei grandi complessi industriali della pianura.
Assistere al depauperamento, all’abbandono delle case e di intere borgate lo faceva veramente soffrire ma, con le sue parole, cercava di esortare alla speranza, ad un ritorno e ad una ripresa di vita “diversa” sui monti.
Pur conoscendo l’asprezza, la fatica del vivere in questi posti, pensando alle potenzialità della valle, aveva in mente una possibile valorizzazione di un turismo responsabile ed attento alle bellezze naturali ed artistiche del territorio.
Si augurava che il patrimonio di umanità lasciato dai nostri antenati,non andasse disperso ma restasse come un faro luminoso per indicare ai più giovani la via da seguire.
I suoi racconti sui personaggi tipici, sui mestieri di un tempo, sulle problematiche relative, in particolare, alla Valle Maira erano diventati una rubrica fissa intitolata “Paesi nostri” e vennero poi raccolti dopo la sua morte, nel libro “Gent de ma valado – una voce dalla valle” edito da Il Drago e da Coumboscuro Centre Prouvençal.
E’ stato bello e commovente vedere riunita , nella chiesetta del Preit, tanta gente per parlare di Pietro Ponzo a vent’anni dalla morte, per rendere onore e riconoscenza al contributo da lui lasciato perché i valori fondanti del vivere della gente “umile”delle nostre borgate disperse sui monti continuino ad essere elementi di speranza e di fiducia nel futuro pur nei difficili momenti che stiamo attraversando.

Elda Gottero

FotoSlow racconta…salendo al colle Maurin Valle Maira 1912-2012

Provenzale Omaggio a Luigi Massimo senior

Ancora un’esperienza da non perdere al Mulino della Riviera. Facile, nel macinare lento degli antichi ingranaggi lasciarsi andare a suggestioni d’altri tempi davanti al prezioso scorrere delle immagini in bianco e nero che documentano una gita di 100 anni fa al Colle Maurin.

L’alba limpida sorprende i quattro uomini in zona Chiappera: si sale a passi misurati respirando emozioni. Più su, si monta la grande tenda da campo, uguale a quella apparsa sui giornali proprio in questi giorni per raccontarci una passeggiata del re Vittorio Emanuele a Ceresole reale : a grandi spicchi bianchi, fermata a terra da picchetti metallici. I nostri amici si mettono in posa. Impareremo via via a conoscerli e riconoscerli: hanno due belle macchine fotografiche, una si può ammirare tra le mani dell’uomo che indossa un berretto alla Sherlock Holmes, l’altra non appare, sempre intenta com’è a immortalare i protagonisti dell’escursione, eleganti e compiti. Non è tempo di istantanee : se vuoi una fotografia nitida, devi star fermo in posa, finché la luce non abbia fatto il suo lavoro sulla lastra o sulla pellicola al collodio! Si va su con giacca a redingote e pantaloni alla zuava, stretti da ghette ; in testa un bel cappello a tesa larga e un berretto di lana per la giovane guida che li accompagna. Quando il sole picchia, sul nevaio, si sta in maniche di camicia e gilet procedendo legati in cordata; se fa freddo, provvidenziali tabarri li avvolgono. Molte fotografie fermano nel tempo le soste e i bivacchi: il grande cesto di vimini si apre attrezzatissimo e invitante, si mangia di gusto, c’è perfino il tempo per una breve lettura , una tirata di pipa, qualche schizzo sul taccuino da viaggio, un momento di contemplazione assorta delle care montagne. Gli incontri si fanno preziosi momenti di scambio tra due mondi lontani: un pastore avvolto nel lungo pastrano che lo rende simile, a prima vista, ad un curato; una famiglia che si lascia fotografare sulla soglia della baita, una giovane donna che si appoggia al muretto di pietre, con il grembiule a fiori sul vestito a quadretti, un po’ in soggezione davanti ai giovani che vogliono una sua fotografia. Immagino lo scambio di battute in occitano, visto che gli escursionisti tra cui riconosciamo, grazie al figlio, Luigi Massimo, erano originari delle nostre valli; avranno raccontato loro qualche novità , fatto qualche riflessione sul tempo, sulla vita giù in paese, sulle montagne, chiamandole per nome come gente di famiglia: lou Castel, lou Provencal, lou Ciarlaras, lou Chambeyron…E riconosciamo che sono loro, le montagne, i protagonisti veri di questo emozionante reportage: in una foto , davvero ricca di significato, vediamo i tre amici di spalle, fermi sul colle Maurin, a sinistra il gruppo della Torre Castello e della Provenzale: si percepisce nettamente l’emozione che pervade loro e l’amico che sta realizzando lo scatto; alziamo gli occhi insieme e desideriamo, come sicuramente hanno fatto loro in quella lontana primavera del 1912, catturare un po’ di quella bellezza e portarla via.

Nazarena Braidotti

Acceglio ricorda Matteo Olivero

Maira-NoLimits Acceglio ricorderà Matteo Olivero, il “suo” pittore nei giorni di Ferragosto, su iniziativa della PROLOCO O’BACCO di Frere, con la collaborazione della Comunità Montana, del Comune di Acceglio e di Maira spa

In particolare, lunedì 13, con inizio alle ore 17, si terrà, nella Sala Polivalente in borgata Frere, una conferenza, a cura del critico d’arte e scrittore Roberto Baravalle,con proiezione di numerose immagini riguardanti la vita e le opere dell’artista.
Saranno anche presentate una serie di riproduzioni dei suoi lavori che saranno collocate, in futuro, in valle (S.Damiano Macra, ecc..) in modo da sottolineare il legame tra lui e l’alta Valle Maira.
La mattina dello stesso giorno verrà scoperta una targa ricordo a Pratorotondo.
Matteo Olivero (Acceglio 1879 – Saluzzo 1932) è, con ogni probabilità, l’artista moderno più importante che la Provincia di Cuneo annoveri. Sicuramente, il maggior pittore “di montagna”, di tutti i tempi, attivo nella Granda, e uno degli esponenti più importanti del Divisionismo italiano, la corrente pittorica alla quale fu sempre indissolubilmente legato.
Altro legame indissolubile fu quello con le montagne tra le quali era nato e alle quali ritornò con regolare frequenza per tutta la vita, tra un soggiorno a Torino e uno a Venezia, tra una mostra a Parigi o a Bruxelles, tra una Biennale e una Quadriennale, alternando Acceglio con le lunghe permanenze a Saluzzo e in Valle Varaita, raccogliendo successi e riconoscimenti e anche amarezze e delusioni.
Amarezze e problemi che si stemperavano però tra le vette e i pascoli dell’Alta Valle Maira, dove ritrovava, almeno transitoriamente, il proprio equilibrio e dove realizzò tanti capolavori, osservando il sole, la luce, la neve, estraendo dalla sua tavolozza i magici blu, i viola, i verdi. In grandi composizioni, preparate per le esposizioni importanti o in piccole tavolette, magistralmente e rapidamente dipinte.
“La maggior parte dei miei quadri di paesaggio li ho eseguiti nell’alta valle Macra; e direttamente dal vero; la natura solo mi è maestra” scriveva Olivero nel 1908, in una sua breve autobiografia.
“In Matteo Olivero l’amore per la montagna è un trasporto viscerale, s’identifica con il culto per le proprie radici” ha scritto nel 1994 Giuseppe Luigi Marini lo studioso che, assieme ad Angelo Dragone e a Miche Berra, è stato colui che più a fondo si è occupato dell’artista, contribuendo – tutti, se pure in modo diverso – alla promozione di Olivero da artista di grande successo “provinciale” alla dimensione nazionale.
Ebbe in vita amicizie importanti, appoggi e riconoscimenti, dai coniugi Galimberti al senatore Burgo, presso la cui casa amica compì il gesto estremo che doveva portarlo alla morte ma negli Anni Trenta, altri erano i gusti e le tendenze in Italia. Persona buona, “alla mano”, sempre disponibile, buon compagno, era però travagliato da ansie profonde. Il rapporto intensissimo con la madre, che tanto lo aveva sostenuto e aiutato, si interruppe alla morte di questa nel 1930 e Olivero si sentì solo. Nella montagna cercò ancora conforto ma il suo destino, evidentemente, lo chiamava. Dopo la sua morte, sul suo cavalletto, fu rinvenuto un quadro che ritraeva un paesaggio alpestre.
Acceglio vuole ricordare questo suo figlio, grande e sfortunato, cultore delle nostre montagne, osservatore, frequentatore della poesia che da esse traspare e che, ancora oggi, molti cercano e, se sanno mettersi nel giusto atteggiamento, trovano.

Ha collaborato all’allestimento della mostra e all’organizzazione della manifestazione: Dario Ghibaudo, estimatore della pittura dell’ 800 / 900.
La parte video-immagine della mostra è stata curata dallo studio San Firmino (Manta) di Ugo Giletta”.

Il libro fa il monaco, i (quasi) 60mila libri di padre Sergio

Maira-NoLimits “I libri sono il sale della vita” proclama parafrasando il famoso slogan del poeta Tonino Guerra, o come diceva don Rossa “attraverso le pagine conosco, imparo, cresco. Chi lavora con le mani, il cervello, il cuore è un artista”. Padre Sergio De Piccoli, ottantenne monaco benedettino di Pavia è uno dei personaggi più caratteristici e famosi della zona.

“I libri sono il sale della vita” proclama parafrasando il famoso slogan del poeta Tonino Guerra, o come diceva don Rossa “attraverso le pagine conosco, imparo, cresco. Chi lavora con le mani, il cervello, il cuore è un artista”. Padre Sergio De Piccoli, ottantenne monaco benedettino di Pavia è uno dei personaggi più caratteristici e famosi della zona. La sua vita è già stata fotografata, intervistata, ripresa quasi come quella di una bestia rara o non endemica, eppure lui non vede nulla di strano nella sua scelta di eremitaggio, non insolita centinaia di anni fa mentre oggi fa parlare. Più di tutto incuriosisce la sua sterminata biblioteca (la più grande privata italiana) anche per la sua posizione in alta montagna. La sua popolarità ha superato i confini locali tanto che un regista varesino, Maurizio Fantoni Minnella l’ha immortalata con «I libri salvati» film-documentario “sull’amicizia, in cui trovo la bellezza, la resistenza dei luoghi che quest’uomo ha stabilito”. Non è stato molto facile da montare per rendere quella che il regista chiama “la coerenza di una scelta iniziale senza pubblicizzarla, ma con ironia”.
Il film si apre – e si chiude – con una scena famosa dal film Fahrenheit 451 (tratto dal celebre romanzo del grande Ray Bradbury, appena scomparso) quella in cui vengono bruciati tutti i libri perché sovversivi a prescindere. Seguono riprese di Marmora in autunno. Silenzio. “Non ci sono musiche né altri rumori, per rendere il silenzio. La musica non ne avrebbe reso il senso, parlano di lui gli oggetti disposti” dice il regista. Un eremita infatti vive nel silenzio per professione, e in val Maira non è difficile… Angoli di case, una sigaretta che sbuffa, passi sul selciato, lo sfogliar di pagine, il bastardino Lupo, chiacchiere di amici, sguardi. “Il montanaro si lamenta sempre: tutti i contadini lo fanno, ma lui poi…” commenta bonariamente padre Sergio.
I libri. Non solo glieli regalano, “ne compro anche. Trentaquattro anni fa, quando sono salito, ne avevo duemila”. Ora sono 58mila, ma come li cataloga? “Guardo… l’estetica nella disposizione, e poi è difficile smembrare le collane. Le case editrici sono in ordine alfabetico ma se hanno più di 10 volumi hanno una collocazione provvisoria: sono i libri che definisco in inferno, purgatorio e paradiso”. Il sacro furore del collezionista. Per aiutarlo gli hanno regalato un computer che risale probabilmente alle guerre puniche.
Fissato lo era già da giovane, leggeva i classici con la sorella. Anche appassionato di silenzi: “sono rimasto a Roma diciassette anni, e lì c’è un raccoglimento… perché la gente ha paura del silenzio. Quanto alla natura gli anziani la amano… se rende!” La saggezza degli anni o dello stile di vita. Dopo il Concilio, il richiamo alla vita semplice, e l’arrivo a Saluzzo con due confratelli originari piemontesi. Subito si è affezionato a questi posti, a quella chiesa, antico tempio pagano, lontana e anche scomoda per i parrocchiani: “Mi è venuto il mal di Marmora!” In canonica non manca mai la moka per gli ospiti, molti anche in passato giovani con problemi o alla ricerca di se stessi. Poi per via di tutti quei libri, la propaganda, la tv, i giornali. Eppure non è molto conosciuto in fondovalle, come sempre si va a cercare altre prospettive lontano dal proprio naso.
Che fare di tutti questi libri una volta che il Nostro, speriamo il più tardi possibile vada a leggere in Paradiso? “Ho paura che si disperdano, allora li ho donati al comune perché costruisse un locale adatto, un capannone ancora in costruzione, non finisce mai, forse mancano i soldi: e i libri non me li ridanno”. La querelle continua, vedremo come finisce.

M.Teresa Emina

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